Tutto Chance - 2003 / 2004
n. 45 - 22/09/2004
Cosa passa nella mia testa
È soprattutto nelle relazioni importanti, con le persone spesso le più
preziose per noi, che sviluppiamo un modo di essere che produce dei nodi.
Questi talvolta induriscono al punto di divenire inevitabili. Il non scioglierli
ci porta a degli insuccessi o ad una forma di adattamento in cui la nostra creatività
e positività viene messa da parte.
A volte è il caos, quasi sempre è l'ansia a regnare sovrana. La
conseguenza è che con molta facilità si perde il controllo della
situazione. Qualunque sia la natura dell'evento, le conseguenze sono dannose.
In certi casi i danni materiali sono leggeri o anche inesistenti, ma il "crollo"
psicologico può tuttavia comportare pesanti conseguenze di carattere
affettivo-relazionale.
Le persone vivono queste esperienze come traumatizzanti, talvolta fanno fatica
a riconoscere la natura delle loro proprie reazioni emotive: reazioni eccessive,
forti, sconvolgenti. Tali reazioni sono normali, e il semplice fatto di saperle
giustificate, può aiutare a confrontarsi con questi sentimenti, questi
pensieri e questi comportamenti che sembrano così strani. Riconoscere
che è normale reagire in tale modo, ecco un primo passo sul cammino della
ricostruzione psicologica.
Vittorio Tripeni
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n. 44 - 01/09/2004
Buon anno
... ed al lavoro usato, ognun col suo pensier farà ritorno (G.
Leopardi)
Ormai è consuetudine, iniziamo un nuovo anno di lavoro. Riprendiamo
le nostre occupazioni e preoccupazioni (che in realtà non abbiamo accantonato
nemmeno in vacanza); riavviando la nostra operosità, in attesa che quest'economia
ancora distratta negli affanni di una globalizzazione poco ferace e molto ferale,
torni a chiederci le performance migliori.
En attendant
, possiamo riprendere in mano i nostri ritmi naturali, prenderci
cura della vita privata e di quella professionale. Aspettando Ulisse, potremmo
intanto imitare Penelope, tentando magari di tessere una tela che, volontariamente
o involontariamente, ciascuno di noi ha già sfilato altre volte.
Potremmo intanto recuperare la relazione, i rapporti interpersonali, la pazienza
di "fare la coda" per sondare gli umori del nostro vicinato e recuperare
il valore dell'incontro. Veramente potremmo pensare di più ai valori
e alla civiltà e non solo al mercato e alla competitività; per
recuperare il gusto di una sana competizione e il piacere di far bene. Ecco,
potremmo intanto restituire dignità umana al lavoro e recuperare la nostra
umanità profonda.
Riappropriandoci dei nostri spazi domestici, della casa, della città,
dei luoghi della nostra attività lavorativa, proviamo a osservarli con
occhio più attento. Muri, porte e finestre formano la casa. Ma solo il
vuoto della stanza, il suo spazio interno, permette di abitarci (Lao Tse). Riprendiamo
contatto con la nostra interiorità, prendiamo tempo per far maturare
i progetti. Prendiamo tempo per trasformare le nostre aspettative frustrate
in nuove opportunità d'intervento; per riaprirci e disporci su un nuovo
posizionamento fertile per noi e per gli altri. Pronti a mettersi in discussione
ogni volta che lo riterremo opportuno.
Negare o sottrarsi alle difficoltà, rifugiarsi nel sogno o nell'immaginario,
reagire collericamente o distruttivamente, oppure rifugiarsi nel senso di colpa,
chiuderebbe la porta in faccia alla nostra Fortuna.
Vi auguro un anno di lavoro fecondato dall'intelligenza del vostro cuore.
Vittorio Tripeni
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n. 43 - 19/05/2004
La sfida della formazione (2)
La nostra esperienza acquista significato quando ci rendiamo conto di che cosa
sta accadendo e quale rilevanza presenta per noi quel particolare evento che
ci sta coinvolgendo.
Per questo motivo non basta dire che alle persone bisogna chiedere maggiore
creatività, flessibilità e responsabilità individuali perché
cambia in continuazione il modo di prendere decisioni e di assumersi delle responsabilità;
perché il cambiamento è ormai costante e le organizzazioni hanno
bisogno di lavoratori più preparati e continuamente aggiornati.
È necessario che la formazione degli adulti diventi un processo maturo, all'interno
del quale ciascuno sia aiutato a rendersi conto del significato delle proprie
esperienze; perché la capacità delle persone può essere
maggiormente attivata proprio dalle valutazioni che esse sono in grado di fare.
L'esperienza del discente è la risorsa di più alto valore nella
formazione degli adulti. Peccato però che una parte cospicua del loro
apprendimento sia ancora costituita da un uso indiretto dell'esperienza e delle
conoscenze di chi in quel momento sta insegnando loro.
Invece è necessario permettere, a chi deve imparare, di partecipare direttamente
alla diagnosi dei suoi bisogni formativi, per pianificare la acquisizione delle
sue esperienze e contribuire allo sviluppo di un clima di apprendimento adeguato.
In una prospettiva sempre più realistica, le organizzazioni fondate sullo
spirito comunitario agiranno sempre più come arbitri e difensori nei
confronti delle componenti del mercato, allo stesso tempo diventeranno sempre
più promotori e sostenitori della ricerca e della innovazione. Solo riuscendo
a costruire comunità organizzative forti e in grado di autosostenersi,
le aziende potranno affrontare le forze dello spiazzamento tecnologico e della
globalizzazione dei mercati. Una situazione nella quale si incontreranno sempre
nuove sfide e tutto ciò richiede da subito un atteggiamento nuovo.
Occorre valorizzare adeguatamente il concetto di sé dell'adulto in formazione
continua, soprattutto come portatore di una personale esperienza di vita e di
lavoro, di una varietà di esperienze che rappresentano una ricca risorsa
per l'azienda.
Vittorio Tripeni
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n. 42 - 28/04/2004
La sfida della formazione (1)
Molti autori, cito in modo particolare M. Knowles, sono d'accordo nel ritenere
che l'istruzione attraverso le abituali tecniche della pedagogia può
far crescere uomini con una vasta memoria, ma certamente non abbastanza capaci
di pensare autonomamente.
Proprio perché sviluppa soltanto la capacità di ricordare del
discente, la pedagogia è obsoleta come strumento di formazione: qualsiasi
contenuto trasmesso in modo pedagogico non può ritenersi per definizione
utile o funzionale o liberatorio solo perché viene semplicemente immagazzinato
nella testa dei discenti. Come il cibo da vita al nostro corpo quando l'abbiamo
digerito e reso una parte di noi, quanto apprendiamo si rivela utile solo nel
momento in cui ci aiuta a risolvere i problemi che incontriamo attraverso i
nostri processi di crescita e di sviluppo; quando lo "metabolizziamo"
per crescere.
Diversamente, diventa come un cibo non digerito. La pedagogia, con le sue tecniche
del raccontare per fare immagazzinare, memorizzare e ripetere, impedisce la
digestione del contenuto, specialmente di quello estraneo ai nostri bisogni
individuali e così può diventare un peso inutile. Abbiamo bisogno
di nuove modalità di insegnamento che siano capaci di basarsi sulla natura
dinamica dell'essere umano e della società. Programmi di apprendimento
capaci di portare chiunque alla realizzazione della cosa più importante
che può dare l'istruzione e cioè "imparare ad apprendere".
Questo fa venire in mente quel detto dell'antica saggezza: "Se dai un pesce
ad un uomo, farà un solo pasto / Se gli insegni a pescare, mangerà
tutta la vita".
Insegnare agli adulti (andragogia) dovrebbe essere molto diverso dall'insegnare
ai bambini (pedagogia), soprattutto perché le motivazioni, le aspettative,
le esperienze e le strategie dell'adulto che impara non sono quelle del bambino.
Eppure si insegna agli adulti come se fossero dei bambini, senza tener conto
delle differenze che li caratterizzano.
Vittorio Tripeni
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n. 41 - 31/03/2004
Assicurare un contesto di lavoro sano e produttivo
Abbiamo spesso parlato in questa rubrica dell'importanza di creare un ambiente
di lavoro sano e produttivo. A mio parere ci sono condizioni essenziali dalle
quali non si può prescindere. In primo luogo favorire una gestione organizzativa
e un contesto di lavoro fondati sui valori e sulla fiducia.
La fiducia si comunica favorendo un vasto grado di autonomia decisionale, riducendo
allo stesso tempo i controlli rigidi e creando opportunità per esercitare
più larghe deleghe.
Attraverso l'ascolto attivo dei collaboratori è possibile manifestare
il necessario rispetto verso le persone. In questo modo è possibile un
libero scambio di opinioni sul "perché" e il "come"
fare le cose; rimanendo consapevoli del proprio comportamento e allo stesso
tempo "remunerando" la individualizzazione dei valori dell'organizzazione
da parte degli altri. Naturalmente: comunicando "in prima persona".
Lo stimolo a crescere si esprime attraverso politiche flessibili, accordando
un margine di manovra discrezionale e facendo ben comprendere che l'organizzazione
è capace di sostenere i dipendenti che fanno il loro lavoro.
Riflettendo sui modi per modificare un luogo di lavoro in cui tali principi
non esistono ancora, sia perché taluni responsabili non ci credono, sia
perché essi pensano di aver già raggiunto tutti i risultati attesi,
si può concludere che è necessario:
- creare un processo di selezione che rifletta i valori aziendali;
- migliorare la formazione delle persone;
- fluidificare la comunicazione delle attese aziendali e offrire ai dipendenti
un sistema premiale migliore e più in linea con le attese individuali.
È importante condividere l'informazione sulle finalità dell'organizzazione
e le mutevoli priorità di essa; serve anche manifestare fiducia nella
professionalità dei collaboratori e rispetto della loro onestà
e competenza. Si sente spesso dire che l'informazione è potere. Il fatto
di condividere il potere nell'organizzazione, favorisce lo spirito di appartenenza,
una migliore gestione delle aspettative e allo stesso tempo una più evidente
efficacia organizzativa.
In definitiva, condivisione del potere vuol dire:
- aprire un dialogo con i collaboratori prima di mettere in atto nuove iniziative
ed orientamenti strategici;
- esplicitare le finalità e le decisioni; essere "trasparenti".
È inoltre importante aumentare le occasioni di comunicazione uno a uno
e prendere del tempo per conoscere il personale e i colleghi.
La collegialità delle decisioni rappresenta il vantaggio di un approccio
centrato sull'equipe. Il risultato è un coinvolgimento più attivo
dei singoli componenti e un organismo che lavora in modo più orizzontale.
La competizione interna può risultare benefica e un processo di pianificazione
aperto è la migliore garanzia di un contesto di lavoro collegialmente
sano. I componenti dell'equipe devono essere in grado di discutere le modalità
tradizionali di fare le cose. Devono comprendere ciò che può essere
considerato un rischio accettabile ed essere incoraggiati ad utilizzare la flessibilità
che appartiene al loro potere personale.
Al di là del bisogno di consultarsi regolarmente e di comunicare con
il personale ad ogni livello, è necessario dare importanza all'avere
in comune una medesima comprensione dell'orientamento ultimo dell'organizzazione
del lavoro (e delle motivazioni) e avere una visione comune sul piano da seguire
per arrivarci.
Vittorio Tripeni
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n. 40 - 03/03/2004
Che tempo fa in azienda?
Di clima sociale o atmosfera di gruppo, si cominciò a parlarne alla
fine degli anni 30 del secolo scorso.
La psicologia del lavoro e delle organizzazioni ha nel concetto di clima organizzativo
uno dei suoi principali punti di riferimento, sviluppando nel tempo modelli
di approccio diversi per definire sempre più puntualmente la rappresentazione
collettiva della qualità relazionale all'interno dell'organizzazione
aziendale.
Fu certamente quella di Elton Mayo, alla Western Electric di Hawthorne, la prima
vera ricerca che ha messo bene in evidenza quanto le condizioni materiali, tecniche,
del lavoro influenzino la produttività dell'azienda e quali gli effetti
psicologici che tali condizioni favorivano nei dipendenti. Da quelle ricerche,
svolte tra i 1927 e il 1932, emerse per la prima volta quanto fosse importante
il clima psicologico sul comportamento dei lavoratori. Essi lavoravano meglio
quando nei loro confronti veniva espresso apprezzamento e riconoscimento per
quanto facevano. Già allora il clima nel quale si lavora era ritenuto
più importante del contenuto stesso del lavoro, nel senso che l'atmosfera
lavorativa riusciva a migliorare la vita dei lavoratori contribuendo al successo
economico dell'impresa.
Mayo evidenziò anche quanto fosse utile considerare l'organizzazione
come un "sistema sociale", cioè un organismo nel quale le motivazioni
e i sentimenti dei lavoratori possano essere compresi a partire dal complesso
delle relazioni che essi intrattengono con i loro superiori e con i colleghi.
La qualità delle relazioni verticali ed orizzontali aveva già
allora una influenza importantissima sulla soddisfazione derivante dal lavoro
svolto e la soddisfazione per i risultati raggiunti.
Da quel momento si comprese la importanza delle "relazioni umane"
al lavoro tenendo conto di tre motivi fondamentali.
Le persone hanno un naturale bisogno di appartenere a un gruppo; essi ricercano
la stima e l'amicizia di quanti lavorano con loro; desiderano mostrarsi utili
ed essere consapevoli di apportare un loro contributo concreto alla "causa".
Più questo sentimento di appartenenza è vissuto realmente da loro
e più le persone si dimostrano collaborative e capaci di far propri i
valori dell'impresa.
E' compito del management esprimere nei confronti del personale il rilievo che
chi lavora è utile e svolge un ruolo importante per l'impresa. L'azienda
deve fare il possibile per incoraggiare i propri dipendenti a prendere delle
iniziative nei confronti delle incombenze quotidiane del lavoro e in congruenza
con gli obiettivi, noti e riconosciuti, da tutti gli elementi dell'organizzazione.
Un buon clima organizzativo, un ambiente di lavoro sano, adeguati riconoscimenti,
permettono a chi lavora di crescere professionalmente e di integrarsi meglio
con le strategie aziendali. Insomma, di avere un'attività più
partecipata e responsabile, anche più intensa e produttiva.
Vittorio Tripeni
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n. 39 - 18/02/2004
Il re (ancora una volta) è nudo
Avere la possibilità di riconoscere, l'esistenza di un castello di bugie,
costruito molto spesso con l'estro della "finanza creativa" o con
lo spirito della "cupola" e la competitività fino all'odio,
potrebbe servire a restituire la fiducia e la dignità al popolo ed anche
al re.
Non è necessario cambiare le persone
in una struttura organizzativa
contaminata dalle menzogne, è l'organizzazione che ne rimane corrotta,
non gli uomini.
In quelle aziende che soffrono di tale infortunio, si rileva una caratteristica
molto evidente: la loro struttura gerarchica e la loro cultura organizzativa
minano i rapporti, distruggono le relazioni tra le persone. Tale rottura confonde
la realtà e la sostanza dei fatti, impedisce un'autentica circolazione
delle idee; crea un vuoto nel quale prendono posto le menzogne.
Quelli che lavorano al loro interno, che vivono la realtà aziendale,
quelli che in sostanza si trovano in contatto diretto con i clienti, i prodotti,
i fornitori, ecc., si accorgono di ricevere istruzioni assurde, contrarie all'interesse
dell'impresa. Perdono motivazione e dubitano dei loro capi, li pensano incompetenti
o quantomeno fuori dalla realtà. A volte prevale la rassegnazione di
fronte a casi che rasentano la legalità. Da parte loro i dirigenti avvertono
un grande smarrimento, non capiscono ciò che sta accadendo e, eseguendo
fiduciosamente delle scelte strategiche improntate su dati non corrispondenti
alla realtà, prendono cattive decisioni. Alla fine tutti passano la maggior
parte del tempo ad affrontare disfunzioni e falsi problemi che impoveriscono
ancora di più le prestazioni di chi lavora e portano l'impresa a perdere
il suo tono vitale.
Vittorio Tripeni
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n. 38 - 23/01/2004
Imitazione leva della motivazione
Ciascuno di noi, portatore di una qualche responsabilità sociale, che
lo si voglia o no, mette in atto un comportamento esemplare. Nel senso che il
nostro modo di fare costituisce una prova di come noi "ci esponiamo".
In genere la regola vale per tutti, ognuno esemplifica ciò che è,
a volte del tutto inconsapevolmente, con i gesti, il modo di parlare, l'abbigliamento
e ogni altro elemento attraverso il quale si distingue.
Certo, l'abito non fa il monaco
ma lo caratterizza in larga misura; lo
rende "visibile". Una significativa figura di riferimento, che sia
un genitore o un insegnante oppure un manager dovrà pertanto rendersi
consapevole di questa condizione obbligante. Perché, credo si possa essere
d'accordo, è un obbligo di responsabilità che impegna a dare il
buon esempio come sprone a far bene e a far meglio. Non bastano le prediche
o i buoni propositi.
Chi è genitore avrà già notato che, il comportamento problematico
(per il genitore) del figlio o della figlia, rappresenta soltanto un'imitazione
dei modi di fare dell'adulto.
Il manager potrebbe verificare altrettanto nei confronti dei collaboratori.
Quello che egli fa e dice, è osservato, interpretato, decodificato, compreso
in un certo modo. Tutto ciò offre al collaboratore l'opportunità
di dare un senso alla sua azione, a legittimare il suo comportamento sull'esempio
di colui che viene percepito come un "responsabile portatore di senso".
E' la verità.
Il manager deve essere un esempio per i suoi subordinati come un genitore per
i figli; come un insegnante per gli allievi.
L'imitazione, ecco una buona leva di motivazione
.
Vittorio Tripeni
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n. 37 - 07/01/2004
Una gioventù capace di entusiasmi
Ci è stato ricordato, con l'augurio che il 2004 possa essere sereno
per tutti noi, che abbiamo una gioventù capace di entusiasmi. "Non
priva di preoccupazioni e di incertezze, ma ricca di interessi, di speranze
e di slanci quando guarda al proprio futuro, alle scelte da compiere, negli
studi, nel lavoro. Non è una gioventù indifferente. È una gioventù
impegnata, desiderosa di dar prova delle conoscenze, delle qualità, dei
valori che ha acquisito nella scuola, in seno alla famiglia, nella società".
Il nostro Presidente, nel suo messaggio di fine anno, ha fatto intuire anche
a noi, (non più giovani ma comunque ancora in possesso di una parte della
carica vitale della nostra gioventù) la possibilità di alzarci
all'alba; perché fa bene, ci si sente più forti, si può
dare il meglio di noi stessi. Una occasione per ri-svegliarci, ri-crederci,
ri-conoscersi
Una opportunità di crescere insieme ai nostri giovani,
con l'impegno di rispettare e proteggere le peculiarità uniche delle
persone. Non solo proteggere e, in generale, rispettare la Natura ma attivarsi
consapevolmente per tutelare l'umanità nostra; esprimendo le nostre ambizioni
nell'esercizio di una libertà responsabile. Innanzitutto etica della
responsabilità, questo è l'esempio che possiamo offrire ai giovani.
Perché se l'ambizione risponde alla ricerca costante di un progresso,
di una riuscita personale e professionale, al desiderio di migliorare se stessi
migliorando gli altri e l'organismo sociale nel quale si esercita la propria
attività, allora non si può che augurarla a tutti. E sarebbe bello
poterla coltivare "alla luce del sole" evitando di cadere negli abituali
piccoli calcoli d'interesse e le dissimulazioni maldestre che alcuni confondono
con l'ambizione. Del resto essere arrivisti non vuol dire essere ambiziosi.
L'arrivista vuole "avere qualcosa"; l'ambizioso vuole "essere
qualcuno"; non è proprio lo stesso caso. La megalomania appare quando
il "qualcuno" diventa egli stesso "qualcosa"
di superiore
da possedere e ostentare.
Proviamo a chiedere aiuto a quella parte della "gioventù" nostra,
che forse è la più impulsiva ma anche la più autentica
della nostro essere, proviamo a credere nella nostra gioventù, nella
vivacità di ingegno che cova sotto le ceneri del pessimismo; salvaguardiamo
questo patrimonio fondamentale. Dalla nostra capacità immaginativa interiore
dipende il futuro dell'umanità. Ecco perché occorre provare qualche
volta ad "alzarsi all'alba, a vivere il miracolo quotidiano del risveglio
(della Natura) spirituale. In questo modo sarà anche possibile essere
maggiormente vicini ai nostri giovani e augurarci un futuro di pace e prosperità.
Vittorio Tripeni
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n. 36 - 19/12/2003
Parlare e comprendersi
Non sono quelli che sanno parlare meglio quelli che hanno le cose migliori
da dire
(antico proverbio cinese)
Pur rendendosi conto che il tema è ormai inflazionato, in quanto tutti
parlano, scrivono e fanno corsi sulla comunicazione, tuttavia non si può
fare a meno di rilevare che è sempre più difficile capirsi, comprendersi,
rispettarsi, mettersi d'accordo o negoziare una intesa per raggiungere un traguardo
comune. Si fa altrettanta fatica a riconoscersi e ad accettarsi, in una epoca
in cui la evoluzione del singolo da una parte permette maggior coscienza individuale,
dall'altra allontana dalla esperienza - abbastanza normale in tempi passati
- di un sentire comune, di una fedeltà alla comunità di appartenenza
o di riferimento.
Combattere i mostri che sorgono quando non ci si comprende è una sfida
della nostra epoca.
La necessità di incontrarci per riflettere e sperimentare insieme sul
tema della comunicazione si traduce allora nella ricerca di una modalità "ecologica"
di relazione che salvaguardi la unicità e la complessità di donne
e uomini di fronte al rischio di esercitare la libertà individuale a
prezzo della solitudine.
Porsi in relazione, mettersi in con/tatto, avere tatto, richiede forse solo
un affinamento della capacità di sentire?
In che modo il rapporto con l'altra persona può favorire - in termini
di salute e benessere - la mia libertà, quindi la mia crescita individuale
e di conseguenza la qualità del rapporto sociale?
Il "modo" in cui ascolto le persone, può diventare per
me un esercizio di autoterapia del pensiero, del sentimento e della volontà?
Intendo per "ecologia relazionale" quell'insieme di atti, atteggiamenti,
comportamenti e mezzi espressivi, ai quali può ricorrere una persona
che ha interesse ad avviare - in un rapporto di reciprocità - una relazione
ricca di scambi significativi, con l'intento di sentirsi riconosciuta nella
sua unicità, accettata nella sua totalità, compresa e confermata
nelle sue potenzialità migliori.
Una modalità ecologica di relazione dovrebbe tentare di rispondere
alle seguenti domande fondamentali:
_ Come posso alimentare, mantenere, ravvivare quei rapporti che per me
sono significativi e vitali?
_ Come posso tutelare quei rapporti per me importanti, preservarli dal
logorio del tempo, evitare di danneggiarli e anche di sabotarli o di distruggerli
mediante condotte non favorevoli?
_ Come posso evitare la dispersione di energie e la perdita di vitalità
nei miei rapporti interpersonali?
Sapere "aggiustarsi" in continuazione al contesto ambientale in cui
si opera, assumere una certa prospettiva, dare senso all'azione per produrre
risultati migliori, gestire la propria équipe con la intenzione di essere
più accompagnatori che persone capaci di impartire degli ordini, sviluppare
l'autonomia e la responsabilità propia e degli altri, imparare ad apprendere
dalle proprie esperienze, ecco qualche tema che vogliamo coltivare anche nel
2004 con l'intento di portare alla luce una serie di tematiche legate all'esame
del rapporto tra organizzazione, cultura organizzativa, persone, lavoro. Abbiamo
voglia di trattare aspetti quali la motivazione al lavoro, la spontaneità,
l'espressività ed i vincoli organizzativi, il rapporto tra identità
professionale e lavorativa.
Vorremmo contribuire a restituire una dignità umana al lavoro e alle
aziende che lo accolgono.
Vittorio Tripeni
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n. 35 - 27/11/2003
Per arrivare all'alba, non c'è altra via che la notte.
Ricordo con piacere una esperienza raccontata da Carl Rogers.
Durante una vacanza sul Pacifico, egli se ne stava su alcune sporgenze rocciose
a guardare le onde infrangersi sugli scogli; notò con sorpresa, su una
roccia, qualcosa come dei piccoli fusti di palma, non più alti di 70-80
cm, che ricevevano l'urto del mare. Con il binocolo vide che si trattava di
un certo tipo di alghe costituito da un fusto snello con un ciuffo di foglie
posto sulla sua sommità. Osservandole nell'intervallo fra un'onda e l'altra
sembrava evidente che il fusto fragile, eretto, dalla chioma pesante, sarebbe
stato completamente schiacciato e spezzato dall'onda successiva. Ma quando l'onda
gli si abbatteva sopra, il fusto si piegava paurosamente e le foglie venivano
sbattute fino a formare una linea diretta dallo scorrere dell'acqua. Tuttavia,
non appena l'onda era passata, ecco di nuovo la pianta diritta, resistente,
flessibile. Sembrava incredibile che un'ora dopo l'altra, giorno dopo notte,
per settimane e forse per anni, potesse resistere a questo urto incessante,
e per tutto il tempo potesse nutrirsi, affondare le proprie radici e riprodursi.
In breve, potesse mantenere e migliorare se stessa attraverso un processo che,
nel nostro linguaggio, chiamiamo crescita. Con la tenacia e la persistenza della
vita, la capacità di resistere in un ambiente incredibilmente ostile,
riuscendo non soltanto a sopravvivere, ma ad adattarsi, a svilupparsi, a "essere
se stessa.
Viene spontaneo pensare al racconto quando capita di incontrare persone che
vivono la loro situazione definendola molto complicata e difficile. Vogliono
cambiare e non sanno come fare, si sentono schiacciati dai loro fardelli personali.
A un esame superficiale le loro storie possono sembrare problematiche, disturbate,
sorprendenti. Le condizioni in cui queste persone sono cresciute, hanno vissuto
la loro esistenza, di solito non sono state molto agevoli e sicure ... eppure,
ogni volta che si presenta l'occasione, si può contare sulla tendenza
proattiva che alberga in loro.
La chiave per capire il loro modo di essere è che esse stanno lottando,
persone e/o organizzazioni di persone, con le uniche modalità che sentono
di avere a disposizione, per muoversi verso la crescita, verso il divenire:
per uscir fuori da quella condizione di sofferenza. A chi in quel momento osserva
la scena dall'esterno e non sta vivendo quei problemi, i tentativi possono sembrare
inammissibili e inspiegabili ma essi sono i coraggiosi, autentici, tentativi
della vita di diventare se stessa. È un modo di essere, una forte tendenza
che cerca di affermare un processo di crescita costruttivo.
Vittorio Tripeni
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n. 34 - 13/11/2003
SCHERZI A PARTE
Era una affermazione perentoria (dico "era" perché da molto
tempo ormai non la si sente) che ad un certo punto veniva posta a confine di
un discorso che stava prendendo la deriva del poco serio. Mettiamo da parte
gli scherzi, non facciamo scherzi, evitiamo il tono giocherellone e torniamo
ad esser seri. Era questo il senso.
Con il passare del tempo però, penso a causa degli esemplari comportamenti
di personaggi pubblici che del tutto inconsciamente hanno risvegliato in modo
esagerato l'innato senso della imitazione che vive in noi, il fare "scherzoso"
è diventato un comportamento socialmente accettabile. Non solo, appartiene
anche a una certa modalità di esprimere la propria autorevolezza, che
tuttavia segna anche la tragica decadenza del nostro vivere quotidiano. E' compito
della sociologia, che ha l'autorità e la serietà necessaria per
farlo, aiutarci a comprendere meglio i fenomeni che caratterizzano l'ambiente
di coltura di tali comportamenti; lo sta facendo con interessantissimi risultati.
Da parte mia vorrei evidenziare alcuni aspetti pericolosi di questo fare giocoso
o scherzoso che contamina la società occidentale riportando due fatti
realmente accaduti e riportati sulla cronaca di queste ultime ore.
Una notizia di agenzia (AP) informa che due minorenni del Tennessee hanno ucciso
un uomo a fucilate; confessando di aver rubato un fucile da un armadio in casa
dei loro genitori e di aver deciso di uccidere qualcuno a caso che transitava
in auto sulla Interstate 40. "Così come facevano in Gta3",
hanno detto ai giudici, riferendosi a un videogioco sviluppato dalla Rockstar
Games , una azienda attiva nel campo; la quale, citata in giudizio insieme ad
altri presunti responsabili nega ogni addebito. Rifacendosi alla libertà
di espressione e al fatto che non si può ricollegare un crimine del genere
semplicemente alla passione per un videogioco, anche se violento.
La confessione choc di una signora americana a "Striscia la notizia",
ha riportato in tutta la sua drammaticità la esperienza da lei provata.
Ha dichiarato di aver perso il figlio che aspettava a causa dello stress provocato
dallo scherzo organizzato dal programma "Scherzi a parte". La signora
ha raccontato che, durante l'accaduto, era stata indotta a credere a un tradimento
del marito e poi era stata accusata di aver rubato un gioiello. Alla fine, saputo
che si trattava di uno scherzo, ha dato in escandescenze; due giorni dopo ha
iniziato ad avere perdite ematiche e successivamente è stata costretta
ad un intervento chirurgico per un raschiamento.
Due piccoli e terribili esempi per dire "scherzi a parte", torniamo
a ragionare!
Vittorio Tripeni
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n. 33 - 29/10/2003
LA COLLABORAZIONE DELLA PLURALITÀ
I rapporti tra le persone, il clima relazionale ed organizzativo nei vari distretti
della azienda, il ruolo dell'emotività e della passione, sono alcuni
degli elementi fondamentali che motivano la squadra, che scaldano i cuori e
le menti delle persone e delle organizzazioni.
Non basta mettere in atto una buona idea per renderla realtà operativa
e nemmeno basta solo che il capo la comprenda perché i collaboratori
la mettano in pratica. Ascoltando le esperienze, può essere colta una
certa difficoltà che spesso viene tradotta con una immagine molto efficace:
marketing interno. Cioè capacità di porsi in relazione, facile
accessibilità alle coscienze, possibilità di esercitare l'autorevolezza
e l'autorità necessaria aspettandosi un ascolto adeguato, ecc.
È una attesa nuova, che riguarda un bisogno di esercitare il proprio
potere personale per gestire nel modo migliore le relazioni private e del lavoro.
La tecnica o le tecniche in questo caso non sono sufficienti. Un aiuto può
arrivare dalla psicologia delle risorse umane capace di fornire delle chiavi
di accesso ai problemi per permettere a ciascuno di aprire la porta e trovare
la propria strada dando prova di intelligenza e di autonomia.
Sviluppare capacità collaborative non è facile e tantomeno alla
portata di ognuno. I manager tuttavia sono chiamati ad essere "in ogni
caso" all'altezza del compito, essendo tale performance uno dei punti cardine
delle loro capacità. È ovvio che dalla qualità del management
dipenderà in gran parte il successo o l'insuccesso dell'organizzazione.
Ma come può un manager garantirsi il successo?
Proviamo a recuperare il buon senso e il gusto delle parole semplici, ridurre
all'essenziale i termini quali management, manager e risorse umane. L'impressione,
molto spesso, è che queste parole siano del tutto vacue. Nel senso che
ormai vivono soltanto come contenitori di significati diversissimi tra loro
e variabili in dipendenza delle situazioni aziendali.
Si pensi alla somma disparata dei concetti chiave del management come: gestione
del cambiamento, management delle competenze, valutazione della performance,
remunerazione per obiettivi, knowledge management, empowerment, e-learning,
management proattivo e quant'altri. Per non parlare delle risorse umane: gestione
giuridico amministrativa del personale,valutazione, reclutamento, mobilità,
formazione, comunicazione interna, motivazione, leadership, ecc. ecc.
È facile perdersi.
La proposta è quella di incentivare un'ecologia del lavoro e delle relazioni
umane a tutto vantaggio delle aziende, dei loro clienti e, naturalmente, di
chi vi lavora. Provare ad alimentare la cultura del benessere nel lavoro.
Insomma: lavorando si può essere contenti, soddisfatti, si può
anche vivere in salute ed avere soddisfazione di ciò che si sta facendo.
Il tema centrale è quello della "comunità", del gruppo
inteso come un organismo sociale costituito dalla armonizzazione delle singole
individualità, dalla sintonizzazione delle loro diversità e talenti.
Parlare della "comunità" come del "cuore" dell'organizzazione.
Ogni gruppo di lavoro è un cuore pulsante dell'azienda, è un nucleo
vitale e fonte di benessere. Vive nella sua interiorità la carica capace
di incentivare e motivare le persone per spingerle a raggiungere la meta finale.
Vittorio Tripeni
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n. 32 - 16/10/2003
IL 23 OTTOBRE FESTEGGIATE LA VOSTRA AZIENDA!
Segnatevi questa data: quarto giovedì d'ottobre, sarà ormai il
giorno della festa dell'azienda. Un'iniziativa spigliata, promossa in Francia
dal movimento Ethic con il sostegno della rivista L'Entreprise.
In accordo con loro, anche l'associazione Elpore th. organizzerà, coinvolgendo
tutte le persone, le aziende, gli enti e le associazioni interessate, anche
in Italia la giornata del benessere al lavoro.
Una festa per dirci "Io amo il mio lavoro"! J'aime ma boite.
L'azienda è un luogo di vita in cui la persona si apre partecipando a
una avventura collettiva. I dipendenti amano la loro azienda. Amano lavorarci
e viverci! La instancabile Sophie de Menthon, presidente del movimento Ethic
(entreprise de taille humaine independantes et de croissance), ha sempre sostenuto
l'idea che esiste un forte legame affettivo tra i francesi e il loro lavoro.
A dispetto della congiuntura economica, della disoccupazione e delle parole
di tutte le cassandre che affermano di vedere segnali evidenti di disaffezione
dei francesi verso il loro lavoro
Una inchiesta realizzata da CSA nel mese di maggio scorso, su richiesta di Ethic,
ha dato ragione alla presidente, con risultati plebiscitari: 89% dei lavoratori
hanno una buona opinione della loro azienda, e 80% vi sono attaccati! Caricata
al massimo da tali risultati, Sophie de Menthon si è attivata per tutta
l'estate dando corpo a una iniziativa che le stava in mente da qualche anno:
organizzare una festa dell'azienda; non di una azienda in particolare ma di
qualunque attività organizzata in forma di azienda.
Il 23 ottobre, sotto lo slogan "io amo il mio lavoro", tutti coloro
che lavorano insieme, impiegati, quadri o dirigenti, testimonieranno il loro
legame affettivo verso l'azienda in cui lavorano. http://www.jaimemaboite.it
L'idea è semplice: festeggiare l'azienda e il proprio piacere di lavorare
al suo interno.
In quale modo? Ognuno è libero che faccia parte della direzione,
delle relazioni, del consiglio di amministrazione o che sia un dipendente motivato
per farlo proporre delle idee: un rinfresco, una premiazione, regali,
decorazioni
il campo delle possibilità è vasto, l'importante
è che le iniziative prese non vadano a scontarsi con il grande LAVORO.
In Francia aziende di una certa rilevanza hanno già previsto di organizzare
una grande festa. Numerose altre piccole aziende commerciali e artigianali,
hanno manifestato la loro intenzione di fare del 23 ottobre un giorno diverso
dagli altri.
Un gran numero di enti e di associazioni sostengono l'iniziativa, a cominciare
dal Senato francese.
Abbiamo trovato l'idea così bella e significativa che ci siamo messi
in contatto con Ethic e abbiamo avviato una collaborazione per dare risonanza
a questa iniziativa anche in Italia.
Il 23 ottobre è vicino, ma chi fosse interessato a saperne di più,
chi volesse dare il proprio contributo di idee può mettersi in contatto
con noi al numero 02 29011259 (Letizia Olivari) oppure inviando un'email a vittorio.tripeni@elporeth.it
Per quella data è inoltre prevista un'edizione speciale di Oltre il
giardino.
Vittorio Tripeni
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n. 31 - 02/10/2003
PREMUNIRSI, NON SPAVENTARSI
È forte e seducente il potere delle nuove tecnologie, a volte ci si sente
quasi onnipotenti proprio grazie a tale potere. Capita altre volte però
che un accidente, un ritardo, un ostacolo, un blocco di corrente, l'intenzione
di un hacker, il virus, un qualsiasi incidente, faccia crollare tale nostra
immagine di potenza che non appartiene solo alla singola persona ma alla azienda,
alla organizzazione, alla squadra che nell'accusare il colpo, rischia anche
di perdere per un tempo auspicabilmente brevissimo la propria
coesione interna.
A volte è il caos e quasi sempre è l'ansia a regnare sovrana.
La conseguenza è che con molta facilità si perde il controllo
della situazione. Qualunque sia la natura dell'evento, le conseguenze non sono
unicamente di ordine materiale e non possono essere misurate soltanto in denaro.
In certi casi i danni materiali sono leggeri o anche inesistenti, ma il "crollo"
psicologico può tuttavia comporatre pesanti conseguenze di carattere
psico-sociale e affettivo-relazionale. Le persone vivono tali esperienze come
traumatizzanti, talvolta fanno fatica a riconoscere la natura delle loro reazoni
emotive: reazioni eccessive, forti, sconvolgenti. Tali reazioni vanno considerate
entro la norma e il semplice fatto di saperle legittimare, può aiutare
a confrontarsi con quei sentimenti, quei pensieri e quei comportamenti che sembrano
così strani.
Riconoscere e legittimare gli "strani" fenomeni che stanno accadendo
dentro e fuori di noi: ecco un primo passo sul cammino che porta a superare
la crisi e il conseguente disorientamento/cambiamento.
Tenendo anche conto degli insegnamenti di Patrick Lagadec, uno dei massimi esperti
in campo, l'evento critico di solito mette in risalto l'impreparazione degli
attuali sistemi di fronteggiamento e la loro limitata capacità di cogliere
i campanelli di allarme e quindi di porsi degli interrogativi prima che sia
troppo tardi, non trascurando l'esistenza di vaste lacune per quanto riguarda
valori e responsabilità quando accade qualcosa di imprevisto nascono
incomprensione, impotenza, abbattimento. Ancora più preoccupante, di
fronte ad una sfida che dovrebbe essere affrontata con determinazione, ecco
che spesso ci si tira indietro, la si rifiuta per timore o paura. Hanno paura
le persone che si vedono costrette ad uscire dai loro abituali quadri di riferimento
se vogliono davvero affrontare il problema, hanno paura le organizzazioni che
si rifiutano di rivedere i loro strumenti, le loro procedure e ancora di più
le loro culture sedimentate.
Occorre però comprendere, piuttosto di criticare, questi comportamenti
ed anche queste resistenze. Quando viene a mancare tale atteggiamento comprensivo,
impegnarsi in un cambiamento o nel fronteggiamento di una crisi non può
che apparire una operazione piena di insidie. Poiché si conosce poco
sia il terreno su cui ci si muove, sia il modo in cui operare e ancora
di più - si riesce a stare scarsamente in contatto con le emozioni
che coinvolgono le persone e le organizzazioni. Nonché con le modalità
delle relazioni non sempre funzionali al fronteggiamento dell'emergenza.
Molto spesso diventa difficilissimo padroneggiare la propria esperienza, in
termini di pensieri, sentimenti ed azioni, di fronte ad un evento che mette
in crisi le nostre capacità di risposta.
Una formazione psicologica adeguata può aiutare in questo caso.
Vittorio Tripeni
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n. 30 - 17/09/2003
CORAGGIO!
Per chi ha sperimentato sulla propria pelle la sofferenza della discordia, dei
contrasti, dei conflitti, delle discussioni violente (tutto ciò che rappresenta il contrario
di "pace") e anche l'irrequietezza, l'inquietudine, lo scompiglio, l'ansia, l'angoscia, la
paura di sentirsi mortificato e discriminato, diventa un impegno fondamentale della
propria vita sostenere il valore e l'efficacia di comportamenti che tendono a limitare
e/o contenere i danni della discordia, dell'ostilità e dei conflitti.
Convinti che, per coltivare la pace, debba essere necessario pure e soprattutto
prendersi cura del nostro benessere fisico mentale, psicologico e spirituale in ogni
ambito delle nostre occupazioni.
PerchÈ se si considera l'unicità della persona, con la sua storia e il suo patrimonio
esclusivo e irripetibile di "esperienze" e valori individuali, diventa necessario riferirsi
a un elemento spirituale individuale per ciascun essere umano.
Il dovere di ciascuno di noi è quello di conservare la nostra umanità, per dare un
senso alla nostra vita e al nostro destino, a prescindere da razza, censo o religione.
Quando viene a mancare la nostra presenza attiva di vigilanza, la violenza si
appropria di ogni parte della vita, la restringe, la rende pi˜ povera. Impedisce di
lavorare con partecipazione, di avere una famiglia, di giocare, di amare. L'essere
umano perde la sua specifica dignità e precipita in uno stato vegetativo con l'unica
preoccupazione di procurarsi il cibo e mettersi al riparo, come fanno gli animaliÖ
Ciò non è umano.
Basti pensare al cattivo uso delle risorse tipicamente umane, dei talenti, dell'enorme
patrimonio d'intelligenza e creatività che si spreca o si rovina per mancate cure e
soprattutto per mancanza di fiducia e d'incoraggiamento all'agire costruttivo.
La competizione, il cinismo, la concorrenza "senza tregua", il risultato ottenuto a
svantaggio del concorrente, "facendo le scarpe" all'antagonista, mettendo
quest'ultimo in condizioni di non nuocere, sta provocando effettivamente gli stessi
effetti della guerra classica. Sedotti dalla volontà di potenza, dimentichi che il
"potere" ha un valore diverso, inconsapevoli che esso è già in noi come talento,
come germe di salute costruttiva.
Nella nostra cultura il concetto di "guerra" sta avendo un'estensione tale mai avuta
in passato; la guerra è diventata praticamente una realtà civile normale e benefica
"al servizio" o "a difesa" delle popolazioni, dei mercati, delle religioni, della cultura,
ecc.
La guerra ormai la viviamo - chi pi˜, chi meno - dentro di noi, nelle relazioni che
abbiamo con gli altri e con noi stessi. Spesso nascondendo la sofferenza dietro lo
stereotipo della parola "stress" rischiamo di non accorgerci dell'insostenibilità della
nostra vita. Viviamo dentro una volgarità diffusa che sta stravolgendo la natura
umana. Abbiamo da tempo superato il limite e non ce ne siamo accorti perchÈ non
abbiamo pi˜ un concetto definito di limite. Viviamo nell'ebbrezza del "no limits".
Proviamo a riscoprire il valore del CORAGGIO, che oltretutto è l'essenza stessa
dell'impresa, che ha bisogno di energia, di audacia e naturalmente di buon senso.
Il coraggio è un'esperienza attraverso la quale ognuno di noi può contrapporre ai
suoi istinti dei valori morali; è un comportamento ad altissimo valore aggiunto. è
anche un'emergenza, sapendo che il rovescio di questa medaglia manifesta
comportamenti che solo eufemisticamente potremmo chiamare "condotte a rischio".
Ma il vero coraggio ha sempre una portata morale.
Proviamo a mantenere la rotta verso un senso della vita che realizzi veramente il
ben essere delle persone, delle aziende e delle organizzazioni, a partire dal
coraggio di recuperare il bene comune del nostro lavoro. Proviamo a recuperare la
libertà e la dignità dell'essere persona e il senso del suo valore .
Buon lavoro!
Vittorio Tripeni
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n. 29 - 16/07/2003
Apprendiamo ad esprimere la nostra gratitudine alla vita.
Proviamo a rilassarci !
Per ognuno di noi è difficile cambiare abitudini e la vacanza
"ci costringe" a
comportarci in modo diverso dal solito: cambiano gli orari, i riti
e i ritmi, cambia
l'atmosfera e l'ambiente. Ciascuno di noi subisce un processo di
cambiamento
verso il quale è chiamato ad adattarsi. Chi lo farà
intenzionalmente e
consapevolmente non avrà problemi. Per la maggior parte di
noi diventa faticoso
e direi "stressante" adattarsi alla nuova situazione di
riposo. In genere si cerca di
affrontarla mettendo in atto comportamenti di tipo reattivo, trasformando
le
giornate di riposo in "normali" giornate frenetiche. Ognuno
di noi può verificarlo
osservando i comportamenti delle persone che, indipendentemente
dalla località,
cercano di occupare con impegni, appuntamenti, attività,
l'intero arco della loro
giornata di vacanza. Soprattutto per evitare di sentirsi smarriti
e senza senso.
In alcuni casi si corre il rischio di trovarsi addirittura in una
situazione in cui
indipendentemente dal proprio volere ci si sente i in crisi,
di fronte a un
momento più o meno caotico che sfida le nostre capacità
e fa affiorare i nostri
limiti. Certamente non è la stessa cosa; ma fatte le debite
proporzioni, si pensi a
come si può sentire una persona che va in pensione o è
costretta a rimanere
inattiva.
Ritengo che qualsiasi programma antistress non possa fare a meno
di una ricerca
attiva di fonti di stress positivo o eustress. La vacanza in questo
senso è
certamente il momento migliore, soprattutto quando viene utilizzata
per
recuperare le energie vivificanti. Quando può servire per
organizzare, in forma
finalizzata e consapevole, momenti igienici alla ricerca di benessere
e
gratificazione o contentezza.
Pensando che questo è il momento in cui ci troviamo sicuramente
più disponibili al
contatto e alla relazione, ognuno di noi potrà fare le proprie
scelte privilegiando
maggiormente i rapporti con se stesso e con gli altri e soprattutto
esercitandosi a
stabilire un rapporto attivo (di accoglienza-ascolto consapevole)
con il proprio
essere o le persone con le quali egli ha scelto di frequentare.
In primo luogo le relazioni con il proprio corpo (pensate alla carica
di positività di
una doccia giocata sulla consapevolezza del contatto della mano
sulla pelle alla
ricerca delle zone più sensibili) alle emozioni e la sessualità:
il sesso va riscoperto
innanzitutto attraverso la consapevolezza del corpo, della voce
e dell'ascolto.
Insomma si intraprende consapevolmente un percorso che porta alla
riscoperta di
se e alla umanizzazione dei propri rapporti.
Buone vacanze e a risentirci a settembre!
Vittorio Tripeni
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n. 28 - 03/07/2003
DILBERT PER MEDITARE
Perché un personaggio come Dilbert, così triste, mediocre, pigro,
angariato, frustrato, sottomesso nella giungla della World Company incontra
un tale successo di pubblico?
La domanda ascoltata di rimbalzo durante un viaggio in treno ha alimentato molta
curiosità e altrettante suggestioni.
Si stava naturalmente parlando dell'ultimo Dilbert in traduzione italiana, quello
che negli Stati Uniti è comparso con il titolo "Dilbert and the
Way of the Weasel" (Dilbert e la tattica della faina) e da noi si trova
in commercio come "Dilbert e la strategia del fur(b)etto" nelle edizioni
Garzanti.
Che sia in forma di parola stampata o di fumetto, il personaggio inventato da
Scott Adams nel lontano 1989, rappresenta un fenomeno editoriale che contende
le classifiche anche ai grandi guru della letteratura manageriale mondiale.
Perché un personaggio incontra un tale successo?
La risposta viene fornita dallo stesso autore e possiamo rintracciarla tra le
pagine di questa sua ultima "compilation" di anneddoti. È in
virtù del principio di identificazione che milioni di persone si ritrovano
a vivere queste storie, riconoscendosi nelle situazioni rappresentate dall'autore.
Dilbert, quel personaggio disperatamente moderno, somiglia in modo molto crudele
a tutte quelle "persone qualunque" che quotidianamente cercano di
sopravvivere nel mondo del lavoro.
L'autore, che è persona molto intelligente e spiritosa, questo lo sa
molto bene.
Perché prima di essere autore di successo, Scott Adams ha fatto diciassette
anni di carriera ordinaria in una serie di società in cui, secondo lui,
non è mai rimasto abbastanza per diventare realmente competente. Ha proprio
vissuto la esistenza di Dilbert, egli è Dilbert e lo rivendica appena
può. A suo dire, pretendeva di essere ingegnere, senza averne le capacità;
esattamente come i suoi personaggi, che sono degli impostori e per i quali l'essenziale
nella vita professionale consiste nel nascondere accuratamente tale incapacità.
La "nuova teoria" sviluppata in questo suo ultimo libro d'altra parte
fa emergere in tutta la sua evidenza tale idea. Postulato di base: "le
persone sono faine". O, se si preferisce, furbacchioni, maligni, manipolatori.
Solo i furbi possono del resto sopravvivere per molti anni in un ambiente di
lavoro che molto spesso - in un modo o nell'altro è simile proprio
a una giungla. Ove, per sfuggire il più possibile alle manovre subdole
dei propri colleghi, bisogna imparare a pensare come un furbo, proprio come
si propone di insegnarci Scott Adams attraverso questa nuova storia.
Con questa nuova irresistibile incursione nel mondo del lavoro, il nostro autore
esplora quell'area del comportamento umano che si trova tra l'atteggiamento
moralmente corretto e la condotta criminale: insomma, la zona grigia abitata
da capi, direttori generali, direttori del personale, esperti di risorse umane,
tagliatori di teste, venditori, ecc.
È un'opera di grande qualità e mi piace considerarla un "trattato"
sulle relazioni di lavoro disfunzionali in cui osservare molti degli atteggiamenti
che di solito le persone mettono in atto per comunicare in modo ambivalente
o non comunicare affatto i loro pensieri e i loro sentimenti, al costo di continue
"incomprensioni" , conflitti e falsificazioni.
Vittorio Tripeni
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n. 27 - 18/06/2003
MERCATO CHE INQUIETA
Il 12 giugno scorso è stata celebrata anche in Italia la
"Giornata mondiale contro il lavoro minorile". Manifestazioni
ufficiali a parte, l'evento è passato del tutto inosservato.
Le motivazioni di fondo rimangono degne di considerazione e condividiamo
appieno le affermazioni di Juan Somavia, Direttore generale dell'OIL
che ci invita ad impegnarci nella costruzione di un mondo dove ogni
bambino avrà una infanzia normale e in buona salute, dove
i genitori potranno trovare un lavoro dignitoso e i loro figli potranno
andare a scuola.
Diffondiamo questo messaggio, perché le famiglie e le comunità,
le scuole, i lavoratori, il mondo del commercio, i governi, i media,
tutti sono chiamati a promuovere il diritto di ogni bambino ad essere
tutelato dal lavoro pericoloso e dallo sfruttamento.
Attualmente nel mondo un bambino su sei viene avviato a un lavoro
nocivo per la sua salute fisica e mentale e per il suo sviluppo
emotivo.
Si tratta di bambini lavoratori perché la loro sopravvivenza
o quella della loro famiglia dipende da essi. Il loro lavoro persiste
anche se è stato dichiarato illegale; esso si trova spesso
all'ombra di un muro di silenzio, di indifferenza e di apatia.
Pressoché i tre quarti dei bambini che lavorano vivono all'interno
di attività che in tutto il mondo vengono riconosciute come
le peggiori forme di sfruttamento: usati come merce di scambio o
finiti nel traffico delle adozioni; nei paesi coinvolti in qualche
guerra, vengono armati e fatti combattere, oppure essere utilizzati
nello sminamento, mentre le bambine diventano "conforto"
per i soldati
La abolizione radicale del lavoro dei minori costituisce una delle
più urgenti mete da raggiungere nel nostro tempo.
246 milioni di bambini nel mondo sono costretti a lavorare. 73 milioni
di essi hanno meno di dieci anni di età. Nessun paese è
escluso: si calcola che almeno 2,5 milioni siano i bambini al lavoro
nei paesi cosiddetti sviluppati e altrettanti siano quelli che vivono
in paesi cosiddetti in transizione, come ad esempio gli stati che
una volta componevano l'URSS.
Si stima a 1,2 milioni il numero dei bambini vittime di traffico
(spostati all'interno e all'esterno delle frontiere usando la forza,
la coercizione o l'astuzia) e posti in situazioni in cui vengono
sfruttati economicamente e sessualmente. Questo tipo di attività
è largamente riconosciuta come una violazione manifesta dei
diritti dell'infanzia e costituisce una delle forme peggiori del
lavoro minorile.
Il termine traffico viene utilizzato come equivalente del termine
inglese trafficking; che comprende la tratta dei bambini, vale a
dire qualsiasi pratica in virtù della quale una persona minore
di diciotto anni viene consegnata, da parte di parenti o di un tutore,
a una persona diversa, dietro il pagamento o in forma gratuita,
in vista di uno sfruttamento del minore o del suo lavoro, così
come di ogni atto di commercio o di trasporto di cui esso ne costituirà
l'oggetto.
Il traffico dei bambini non riguarda una attività occulta
si tratta piuttosto di una serie di eventi che si svolgono
alla luce del sole nella comunità del minore, al punto di
transito o di destinazione finale. Praticamente tutti i paesi ne
sono coinvolti, in un modo o nell'altro, che si tratti del paese
di origine, del paese che li accoglie o di quello in cui transitano
i bambini oggetto del traffico.
Il traffico dei bambini risulta dalla richiesta non soddisfatta
di mano d'opera a buon mercato e docile in tutta una serie di industrie.
Se i bambini sono generalmente meno produttivi degli adulti, tuttavia
essi possono essere più facilmente raggirati e hanno meno
senso critico. E' anche più facile farli lavorare sulla lunga
durata e costare poco per il mantenimento, dargli una sistemazione
e accordargli delle indennità.
Tutto ciò è una offesa alla dignità umana e
un insulto ai nostri valori comuni.
Vittorio Tripeni
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n. 26 - 04/06/2003
3 GIUGNO 1963
Sono trascorsi ormai quaranta anni dalla scomparsa di Angelo Roncalli,
per la sua morte si commossero anche gli atei. Era stato eletto
in Conclave il 28 ottobre 1958 e nella giornata del successivo 4
novembre fu solennemente incoronato Papa Giovanni XXIII. Nel suo
breve pontificato (all'incirca quattro anni e sette mesi) riuscì
ad affermarsi come una delle più grandi personalità
del mondo contemporaneo. Un uomo "scomodo" per la tradizione
curiale vaticana; un papa buono e lungimirante per tutti coloro
che da quel momento hanno creduto alla collaborazione dei credenti
con i non credenti, alla conquista di diritti per tutti, come processo
di distensione proiettato verso l'uguaglianza degli uomini.
Era stato capace di incoraggiarci a mettere da parte gli egoismi
di determinati ceti e i bigottismi delle troppo illuminate "confreries".
Forse per questo a volte la sua voce appariva isolata. Ma le contraddizioni
che fece emergere diventarono fermenti importantissimi che ancora
oggi riescono a rimanere vivi.
Riuscì a conquistare la nostra mente e il nostro cuore per
la semplicità dei suoi gesti e la grande intelligenza umana.
Era un finissimo politico e grande "patriarca"
lo aveva dimostrato già in precedenza senza paludamenti
e tantomeno sciatterie. Un pastore molto sensibile e attento che
sapeva muoversi in sintonia con il suo gregge. Un grande leader
capace di agevolare e far crescere il potere dei "figli"
di Dio e del "popolo" di Dio. Affermerà sin dall'esordio
di quello che gli altri ( come lui stesso diceva) definivano il
"suo" papato: "C'è chi si aspetta dal pontefice
l'uomo di Stato, il diplomatico, lo scienziato, l'organizzatore
della vita collettiva, ovvero uno dall'animo aperto a tutte le forme
di progresso della vita moderna. Venerabili fratelli e diletti figli,
tutti costoro sono fuori dal retto cammino. A noi sta a cuore in
maniera specialissima il compito di pastore di tutto il gregge"
Vero. Un uomo capace di porsi nei panni degli altri e intenzionato
a "promuovere" il progresso materiale e spirituale attraverso
l'esempio in prima persona. Un grande e umile saggio che con la
Enciclica "Pacem in Terris" non ancora del tutto
compresa nemmeno dal mondo cattolico si rivolge a tutti gli
uomini (e le donne) di buona volontà con il convincimento
che i conflitti devono essere risolti non con le armi ma con la
collaborazione reciproca, non con l'intolleranza ma la reciproca
comprensione sui diritti e sui doveri.
Un uomo che ancora oggi ci spinge a riflettere sul nostro destino
"globale" in una prospettiva evolutiva che va verso una
era post liberista. In cui non sono più le regole a governare
le relazioni ma è la potenza del più forte a dettare
legge. A scapito dell'umanità attuale, della "nostra"
civiltà, ma anche a scapito di chi oggi sta nascendo o è
soltanto un bambino.
Vittorio Tripeni
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n. 25 - 21/05/2003
UNA STORIA DELL'ALTRO MONDO
Qualcuno me ne ha fatto dono in un tempo che non ricordo, la trovo
molto attuale e cerco di ricordarla nei dettagli.
Dopo una vita lunga e avventurosa, un prode samurai raggiunse il
mondo ultraterreno e fu destinato al paradiso. Ma aveva un carattere
talmente curioso che chiese per prima cosa di poter dare anche un'occhiata
all'inferno. Un angelo lo accontentò. Così fu condotto
in un vastissimo salone con al centro una grande tavola imbandita
di pietanze succulente e piatti colmi di golosità senza eguali.
Però i commensali che sedevano tutt'intorno erano talmente
smunti, pallidi e scheletriti da far pietà. Il samurai sorpreso,
chiese alla sua guida come potesse accadere ciò: che quelle
persone fossero così malconce, con tutto quel ben di Dio
che avevano a loro disposizione.
"Vedi rispose l'angelo - quando sono arrivati qui, ognuno
di essi ha ricevuto due bastoncini, proprio come quelli che normalmente
si usano per mangiare. Però da noi questi strumenti sono
lunghi più di un metro e devono essere rigorosamente impugnati
all'estremità. E gli ospiti sono obbligati ad usarli solo
in questo modo per portarsi il cibo alla bocca".
Il samurai rabbrividì. Era terribile quella punizione. I
poveretti, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi
in bocca neppure una briciola di quei pasti sontuosi.
Non volle vedere altro e chiese di andare in paradiso al più
presto. Quando vi fu giunto dovette sorprendersi non poco perché
in paradiso c'era un salone assolutamente identico all'inferno!
E dentro quell'immenso salone era seduta un'infinita tavolata di
gente intorno a una identica sfilata di piatti deliziosi. Non solo:
tutti i commensali erano muniti di quegli stessi bastoncini lunghi
più di un metro. Con una sola differenza: in quel luogo le
persone intorno al tavolo erano allegre, gioviali e pienamente soddisfatte.
Il samurai non riusciva a capacitarsene. "Ma com'è possibile?",
chiese all'angelo. Questi sorrise facendogli notare allo stesso
tempo che all'inferno ognuno si affannava ad afferrare il cibo,
perché così si sono sempre comportate nella loro vita
quelle persone. In paradiso al contrario, ciascuno è capace
di prendere il cibo con i bastoncini; con l'intento di imboccare
il proprio vicino. Riuscivano ad avere scambi reciprocamente remunerativi
e appaganti.
E' una storia che mi aiuta a riflettere sul valore della reciprocità
e a non trascurare che Paradiso ed Inferno sono nelle nostre mani
in ogni momento del giorno e della notte. Aiuta anche a considerare
che "scambio" e "reciprocità" sono due
cose diverse: il primo intende il fatto di cedere qualcosa contro
un corrispettivo o contropartita; mette in luce una relazione asimmetrica
e allo stesso tempo intrinsecamente competitiva e conflittuale.
La reciprocità dimostra invece che la relazione esistente
tra un primo termine e un secondo termine, esiste anche tra il secondo
termine e il primo. La reciprocità è una relazione
che si rispecchia. Lo scambio manifesta una permuta d'oggetto (materiale
o immateriale), la reciprocità crea un valore etico che a
sua volta può trasformarsi in valore economico.
Vittorio Tripeni
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n. 24 - 7/05/2003
IL LAVORO È SALUTE
Il pensiero corre, con molta riconoscenza e ammirazione a Francesco
Novara che ci ha sempre incoraggiato a " fratturare quello
che siamo diventati, per divenire possibilità svelate".
E non si può fare a meno di citare un suo concetto.
Sovente l'organizzazione si ammala perché espia il tradimento
della missione cui deve servire:
le disfunzioni interne risultano in un circolo vizioso di
aggravamento effetto e causa di una perdita di contatto con
la realtà per la quale l'organizzazione deve operare.
Ciò impedisce un orientamento realistico e un mantenimento
dinamico dell'equilibrio complessivo: l'avvio alla confusione prepara
la disintegrazione.
Le problematiche relative alla sicurezza sul lavoro riguardano solo
in parte gli incidenti e le malattie professionali riconosciute
dalle leggi e dai regolamenti vigenti; essi rappresentano soltanto
una componente di ciò che, nel senso ampio del termine, intendiamo
per " salute al lavoro".
Soprattutto perché, dopo la Carta di Ottawa del 1996, il
termine ha assunto un nuovo significato.
La salute viene intesa come una risorsa propria di ogni persona;
un bene essenziale per lo sviluppo sociale, economico e individuale;
un aspetto fondamentale della qualità della vita. Diversamente
da prima, quando l'approccio alla salute era centrato esclusivamente
sulla prevenzione dei rischi potenziali e delle malattie, incluse
quelle gravi; attraverso controlli di varia natura.
Ecco perché attualmente l'azienda, come luogo di partecipazione
e relazione fra gli individui, assume un ruolo strategico per promuovere
la salute come fondamentale risorsa umana. Nel contesto aziendale,
il processo di promozione della salute può realizzarsi attraverso
la valorizzazione del cosiddetto capitale intangibile e la partecipazione
più attiva del lavoratore all'interno del processo produttivo;
con effettivi ritorni economici, sia per l'azienda che per l'intera
comunità delle persone.
La promozione della salute psicologica nei luoghi di lavoro diventa
una opportunità nuova per la gestione delle risorse umane.
Le aziende stanno imparando a non trascurare che l'incremento della
produttività e la qualità dei servizi si trova sempre
più in relazione con il morale dei collaboratori e il benessere
(nei termini di salute e sicurezza) nel luogo di lavoro.
Si stanno rendendo conto che investendo sulla salute ed il benessere
dei loro collaboratori ne traggono un beneficio in termini di qualità
del lavoro, creatività e migliore servizio al cliente.
Vittorio Tripeni
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n. 23 - 9/04/2003
CRISI DI IDENTITÀ
Capita nella vita di ciascuno di trovarsi sul punto di dover prendere
una iniziativa di cambiamento importante, oppure essere già
nel guado della decisione presa o, ancora, in una situazione in
cui - indipendentemente dal proprio volere - si viene messi in crisi,
ci si trova ad affrontare una situazione più o meno caotica
che sfida le nostre capacità e fa affiorare i nostri limiti.
Si può dire che tutto ciò appare in modo funzionale
ogni qual volta nella nostra vita accadono degli eventi nuovi intrinsecamente
legati alla crescita di ciascun individuo e connessi a specifiche
tappe biologiche. Sembrerebbe strano ma molte persone lo avvertono
anche nella situazione venutasi a creare successivamente al trasloco
della loro abitazione.
Ci sono però momenti più drammatici, come una grave
malattia, la perdita di una persona cara o un cambiamento repentino
nel lavoro, in cui avanzano improvvise delle notevoli spinte al
cambiamento che possono addirittura arrivare a minacciare la salute
delle persone. In questo caso irrompono con molta potenza sentimenti
quali la pena, la sofferenza, il dubbio, la paura, la vergogna,
la colpa..
Moti dellanima che ci invadono, ci investono come una tempesta,
fanno perdere lorientamento come nella nebbia. Vorremmo avere
un punto di riferimento, oppure un luogo in cui riposarsi, ritemprarsi,
riconoscere se stessi e le proprie capacità di salvezza,
di salute o di riuscita. Desidereremmo risorgere...
I casi in cui lumanità incontra queste occasioni
sono veramente molti e possono presentarsi in modo favorevole o
sfavorevole, coinvolgere una o più persone. Momenti che vengono
superati con una certa naturalezza ed altri molto più pesanti
e penosi. Spesso i drammi individuali coinvolgono altre persone
che in forma più o meno accentuata riflettono ulteriori difficoltà.
Karl Jaspers ha definito la crisi come un punto di passaggio dove
tutto subisce un cambiamento subitaneo dal quale lindividuo
esce trasformato, sia dando origine a una nuova risoluzione, sia
andando verso la decadenza. La storia della vita non segue il corso
uniforme del tempo, struttura il proprio tempo qualitativamente,
spinge lo sviluppo delle esperienze a quellestremo che rende
inevitabile la decisione ( K. Jaspers, Psicopatologia generale,
Il Pensiero Scientifico ed., Roma 1964, pag. 748)
A volte la decisione non arriva immediata, è frutto di un
lungo macerarsi, di un travaglio che molto spesso rimpalla tra vergogna
(come turbamento o senso di indegnità o incapacità
avvertito dalla persona che teme di ricevere una disapprovazione
della sua condotta) e colpa (come sentimento di aver trasgredito
involontariamente a una regola) con collaterali comportamenti di
negazione e/o di iperdrammatizzazione.
Tale è, a grandi linee, lo scenario della crisi-cambiamento
che, nel decorso meno favorevole per un individuo, può manifestarsi
come perdita di un mondo
Vittorio Tripeni
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n. 22 - 31/03/2003
QUALITÀ DEL LAVORO E SALUTE MENTALE
Che il disagio psichico, la qualità dello stato danimo,
sia concausa - se non fonte diretta di malattia, è
ormai risaputo da tempo. Il fatto che, anche negli Stati Uniti,
un cospicuo numero di psichiatri abbia richiesto allAmerican
Board of Medical Specialties che la psicosomatica venga riconosciuta
a tutti gli effetti come branca ufficiale della medicina, ammanta
ancora più di rispetto il dato di realtà. Naturalmente
il legame tra buon umore, serenità, equilibrio e salute del
corpo è stato già convalidato da diversi studi scientifici
ed è un fondamento che anima i medici clown, ma anche le
direzioni aziendali più avvedute. Stare bene vuol dire fare
(del) bene . Quando i dipendenti sono soddisfatti del loro ambiente
di lavoro e delle loro condizioni di lavoro, possono sentirsi maggiormente
coinvolti e responsabilizzati in ciò che fanno e offrire
servizi e prodotti di alta qualità alla clientela.
La qualità del lavoro può influire direttamente sulla
nostra salute fisica e mentale. Quando si parla di salute mentale
al lavoro si fa riferimento al sentimento di benessere o di malessere
psicologico ed emotivo che la persona sperimenta sul luogo di lavoro.
La letteratura in questo caso mette in relazione specifici fattori
di rischio psicologico con il rischio lavorativo (in relazione ai
ruoli e ai compiti delle persone, in termini di quantità
di lavoro, responsabilità, capacità o competenze,
incertezze, priorità, processi spesso interrotti, ecc.) ed
il rischio organizzativo (conseguente a un conflitto di valori,
a uno scarso coinvolgimento nelle decisioni, a una mancanza di riconoscimento
e di rispetto da parte dei superiori e/o colleghi, alle limitate
prospettive di carriera, alla scarsa autonomia decisionale, ecc).
A queste evenienze possono aggiungersi caratteristiche più
individuali, che possono predisporre la persona a sviluppare un
vero problema di salute psicologica. Ad esempio, è stato
dimostrato che le personalità di tipo A, cioè le persone
considerate come competitive, ambiziose, perfezioniste e che hanno
bisogno di controllare ogni cosa, sono più soggette a problemi
di salute mentale. Lo stesso si può dire per quei lavoratori
che mettono in atto strategie di adattamento inappropriate; ad esempio
quelli che consumano droghe o alcolici per tentare di diminuire
la tensione psicologica o per alleggerire il proprio stato danimo
e curare il proprio stress.
In questa nostra attuale società, il lavoro può avere
conseguenze dirette sulla nostra salute fisica e mentale.
A partire da queste considerazioni, un invito a tutti gli interessati.
Abbiamo dato vita ad un gruppo di ricerca e intervento in tema di
qualità del lavoro e salute mentale aperto a
chi abbia voglia di partecipare con un proprio contributo di esperienza
oppure come persona che abbia voglia di apprendere dallesperienza
degli altri.
Vittorio Tripeni
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n. 21 - 18/03/2003
PRO O CONTRO?
Amico o nemico? Favorevole o contrario? Con noi o contro di noi?
Battersi per
o battersi contro
? O
O! Siamo preda
della logica oppositiva.
E' un abbraccio che ci attanaglia sin da bambini. Ricordate? "Vuoi
più bene a mamma o a papà?", "è più
brava Marta o Federica?", "vuoi la nutella o la marmellata?"
Siamo stati indotti, sin dalla nascita, a schierarci continuamente,
pro o contro qualcosa
O amici o nemici! Eppure, i bambini
lo sanno meglio dei grandi, non avremmo voluto; avremmo preferito
mantenere ambedue le posizioni, soprattutto quando i riferimenti
per noi erano veramente importanti. Come si fa a schierarsi a favore
di un fratello contro un altro?
Eppure, quando la parte angelica di ciascuno di noi viene offuscata
da un elemento diabolico (dia ballus = diavolo, ciò che separa),
quando prevale la tribalità, la logica dell'orda o del branco
(come negli animali), prende il sopravvento la vecchia struttura
necrofila del potere belluino. Allora si giustifica la soluzione
bellica e si rifiuta la ragione della mediazione e della negoziazione,
si tende ad attribuire alla lotta una causa giusta cioè quella
basata sulla distruttività e non sulla illusione del raggiungimento
di un vantaggio reciproco, reciprocamente soddisfacente. Diverso
dal vantaggio derivante dalla distruzione dell'avversario.
Il conflitto non sta nella realtà oggettiva, di solito risiede
nella testa delle persone e la divergenza esiste proprio perché
le "teste" sono diverse. Già soltanto potessimo
metterci nei panni degli altri, vedere la situazione come la vede
la controparte, per quanto essa possa essere difficile
. Poter
legittimare le reciproche deduzioni significherebbe in fondo passare
da una logica distruttiva e oppositiva (quella dell'O
O
.
) a una logica costruttiva e deduttiva (E
E
). Tutto
ciò farebbe del bene all'intera umanità. Potremmo
così contribuire a una inversione di rotta della "tribalizzazione"
del mondo moderno.
Vittorio Tripeni
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n. 20 - 27/02/2003
L'ESSENZIALE È INVISIBILE AGLI OCCHI
In Italia colpisce una persona su tre, le statistiche internazionali
parlano di una persona su cinque; i disturbi cosiddetti psichici
sono in aumento e si esprimono in uno spettro di manifestazioni
che vanno dall'ansia persistente alla depressione.
Insomma, un po' come con le nostre automobili: grandi accelerazioni,
sgommature, stridii di competizione e soste forzate che, nel bel
mezzo del traffico e della vita "pulsante", ci costringono
a rallentare o a fermarci. Un tempo era sufficiente un Cynar (qualcuno
ricorderà ancora la pubblicità dell'amaro "contro
il logorio della vita moderna"). A sentire alcuni medici, basterebbe
divertirsi
Oppure: visto che l'instabilità e la disorganizzazione
a partire dalle famiglie sono ormai il nostro pane
quotidiano, perché non prendere qualche pillola?
Lo stress arriva quando la ragione e il sentimento, l'elemento animico
e spirituale della persona, quello che a volte definiamo anche come
forza d'animo, quel "quid" che rappresenta la naturale
risorsa umana, viene in qualche modo logorato, assottigliato e addirittura
coartato o mortificato dalle ragioni della "thecne" che
si pasce di profitto, performance e punti percentuali.
Dimenticando che la vera mission dell'azienda non è in primo
luogo il profitto; questo è solo un effetto secondario cioè
dipendente soprattutto dalla "soddisfazione del cliente".
Almeno in questa nostra epoca, il vero scopo dell'attività
produttiva di merci o servizi risulta essere quello di soddisfare
il cliente. Da ciò deriva l'attuale ritorno in termini materiali
e di valore aggiunto.
Certamente, più i clienti saranno entusiasti dei nostri prodotti
(attenzione: non basta perciò la normale soddisfazione
questo è diventato un notevole nodo critico della competitività)
più essi saranno "fedeli". E' la fedeltà
del cliente che fa la ricchezza dell'impresa. Nonostante suoni ancora
sgradevole ai nostri orecchi.
Probabilmente, nel momento in cui si riuscirà a fidelizzare
anche la cosiddetta clientela interna (vale a dire chi lavora in
azienda), i profitti saranno maggiori anche in termini di benessere
e salute. Se riusciamo a renderci conto che viviamo la maggior parte
della nostra giornata al lavoro, non possiamo nascondere che oggi
la qualità della nostra vita è rappresentata soprattutto
dalla qualità della vita professionale.
Senza un clima organizzativo "facilitante" per la salute
delle persone, diventa veramente difficile risolvere le complicazioni
che già oggi si presentano a tutto tondo e che noi definiamo
disturbi psichici.
Vittorio Tripeni
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n. 19 - 29/01/2003
n. 19 - 13/02/2003
ELOGIO DELLO SHAOLIN-MON KUNG FU
È un'arte marziale pacifica che non predica l'aggressività.
Anzi, insegna prima di tutto a conoscere se stessi, rendersi autonomi
e capaci di assumere le responsabilità della propria vita.
Movimenti e posizioni del corpo che un tempo servivano per fare
la guerra e che sono stati trasformati in una pratica attiva fondata
sulla ricerca del benessere fisico; una pratica che allo stesso
tempo diventa opportunità di crescita spirituale. Uno stile
di vita tra forma e movimento, un esempio di metamorfosi e trasformazione
che segue le regole del Budda: imparare a guardarsi dentro, vivere
una vita semplice, mangiare in modo corretto, tenere in esercizio
il corpo, l'anima e lo spirito.
Una forma di "combattimento" che tende innanzitutto a
contrastare il proprio "doppio" o la propria "ombra",
a limitare i danni possibili: una scalmanata gestione delle proprie
emozioni o le evidenti tensioni muscolari derivanti da una eccessiva
rigidità di pensiero.
Un medicamento per le molte migliaia di persone frustrate che cercano
un riscatto ai loro fallimenti quotidiani e considerano ogni "sorpasso"
una vittoria.
Non si può che essere d'accordo con chi oggi ci porta a considerare
che la cosiddetta civiltà occidentale è in preda a
grandi paure e si è accorta della sua estrema fragilità.
Che ha perso quasi completamente la propria memoria e non riesce
più a trovare le radici del proprio passato. Che la sua spinta
verso il futuro, non è in difesa di valori ai quali più
non crede ma soltanto in difesa dei privilegi che ha conquistato.
Per colmare il vuoto che ha in sé, la gente cerca di negare
gli altri. Sembra questo il solo modo per riconoscersi e sopravvivere
dando un senso alla vita.
Vittorio Tripeni
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n. 18 - 29/01/2003
BLU NOTTE
Qual è il senso di questa depressione che sta attanagliando
persone e organizzazioni? Non si fa altro che parlare di riduzione
dell'efficienza materiale e spirituale che a volte rasenta l'abbattimento,
l'avvilimento, la prostrazione di alcuni di noi. L'argomento "crisi"
è diventato un motivo ricorrente in ogni scambio di battute.
La depressione rappresenta veramente un oggettivo disturbo dell'umore
che coinvolge un numero sempre crescente di persone; è un
dato di realtà. Tuttavia tale stato d'animo continua ad essere
trascurato e addirittura "mal visto" da quanti pensano
che se ne possa uscire dicendosi che in fondo si tratta del male
del secolo, oppure che è soltanto un problema di volontà.
E se dipendesse soprattutto dal nostro "atteggiamento"
mentale?
Quanti modi di dire abbiamo per mortificare una idea, un progetto,
una nuova impresa? Proviamo ad elencarne qualcuno:
- è stato già fatto
- non abbiamo mai fatto così
- abbiamo già provato ma senza successo
- questo non è previsto dal nostro budget
- non abbiamo il personale adatto
- noi non ne avremo alcun beneficio
- con quali soldi finanzieremo questo progetto?
- i rischi intangibili sono troppo elevati
- non siamo ancora pronti per questo ma, al tempo opportuno
- bisognerebbe avere l'approvazione di
ma sono sicuro che
direbbe di no
- è una soluzione a lungo termine, ciò di cui avremmo
bisogno ora è qui e presto!
- È una soluzione a breve che vogliamo, una soluzione durevole
- Noi facciamo già meglio dei nostri concorrenti
- Questo è qualcosa di radicalmente diverso da ciò
che facciamo in questa azienda
- Il cliente non lo accetterà mai
- È troppo complicato, nessuno lo capirà
- Questa iniziativa è contraria alla nostra politica
- Questo probabilmente funzionerà negli altri paesi, ma da
noi
- Non è così che si fa da noi
- Se questo è opportuno e vantaggioso, perché nessuno
lo ha ancora fatto?
- È già da tempo che avremmo voluto farlo, ma
- È una ottima idea, facciamo una riunione per organizzare
un gruppo di studio
Vittorio Tripeni
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n. 17 - 15/01/2003
PERDERSI E RITROVARSI
Capita di trovarci di fronte a una situazione difficile in cui
non sappiamo cosa fare, non sappiamo come affrontarla o non abbiamo
gli strumenti necessari per intervenire in modo efficace su di essa,
non possiamo agire in modo adeguato.
Si tratta in genere di un evento, un compito o una prova che in
quel momento è capace di fare emergere il limite delle nostre
possibilità e che viene da noi vissuto con un certo grado
di disagio.
Il segnale della nostra inadeguatezza si manifesta attraverso l'ansia
che a sua volta sottintende l'indice della nostra fatica psicofisica
o del nostro stress.
Tutto questo capita quotidianamente: in famiglia, a scuola, al lavoro,
ecc..
Quel momento in cui non riusciamo a raggiungere l'obiettivo, a realizzare
cioè quel compito che abbiamo di fronte, può - in
moltissimi casi - tramutarsi in una minaccia nei nostri confronti.
Diventa un attacco alla nostra autostima.
Quando viviamo una tale situazione possiamo dire: "io mi sento
minacciato da questa difficoltà e però posso lottare,
posso fronteggiare la minaccia alla mia autostima".
In linea del tutto schematica, si potrebbe dire che possiamo prendere
coscienza di quanto sta accadendo in due modi:
- posso entrare in contatto con il mio corpo, attraverso il quale
mi "sento" e "capisco" qual è la situazione
al mio interno, valutando così le mie energie e le mie risorse
(bisogna considerare però che tale situazione potrebbe essere
vissuta anche come minaccia e in questo caso il "sentirsi"
in tale stato può diventare l'anticamera dello stress).
- posso entrare in contatto con l'esterno, mi sintonizzo e valuto
ciò che sta accadendo; per comprendere se il mio "potere"
personale è sufficiente e adeguato ad affrontare la situazione.
Vivrei pertanto l'evento come sfida e nel momento in cui vivo qualcosa
come competizione, mi attivo in modo sicuramente positivo. Questo
diventa il modo ideale per affrontare le cose, anche se naturalmente
non possiamo sempre interpretare o reinterpetrare gli eventi in
termini di competizione.
Esiste infine il rischio di voler vincere ad ogni costo, di superare
con ingenuità ed entusiasmo ingenuo il limite che si pone
come sfida; e allora ...
Vittorio Tripeni
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